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Il Design come opportunità

  • IEDentity
  • "Scenari del futuro"
  • Numero 01 - 19 Agosto 2019
Marco Zanini
  • Marco Zanini

Le trasformazioni accelerate del mondo di oggi collocano il design nell’epicentro di una nuova cultura del progetto. Marco Zanini (Comitato Scientifico IED) ci invita a una riflessione sul ruolo che il design può rivestire nella nuova mappa di rapporti del mondo contemporaneo.


Il mondo cambia, il design cambia, IED cambierà.

Quando ho cominciato a lavorare, a Milano sul finire degli anni Settanta, non c’erano il fax, il cellulare, Internet: per comunicare con i clienti stranieri si usava il telex, i disegni venivano realizzati a mano, con la matita, e quelli finali a china con il rapidograph.

A Mosca c’erano Brežnev e Kosygin, a Washington Reagan, e in Cina Deng Xiaoping cominciava, con estrema prudenza, ad aprire le finestre del cosiddetto Middle Kingdom al mondo.

Oggi tutto è diverso, di tecnologia ne abbiamo in abbondanza, forse troppa; non abbiamo le idee chiare e quando ne abbiamo pare che molto spesso siamo in ritardo; il mondo è globalizzato ma la disuguaglianza e l’iniqua concentrazione della ricchezza continuano a peggiorare.

C’è bisogno di molto progetto e quindi di Design, con la D maiuscola, non per inventare nuove tecnologie, ma per migliorare l’uso e l’accesso a quelle che già sono disponibili e vergognosamente sottoutilizzate. Mai come oggi abbiamo avuto, nella storia dell’umanità, accesso a conoscenze e informazioni: un accesso democratico, gratuito, immediato e disponibile ovunque, eppure sembra che non riusciamo ad approfittarne.

Il terzo millennio sarà il tempo del cambiamento accelerato, di una complessità pervasiva, di mutamenti radicali negli stili di vita, nelle priorità, nei valori.

Il pianeta è stato interamente scoperto e occupato, con l’aiuto della scienza ne abbiamo ricostruito la storia, i problemi sono stati studiati fino all’ultimo dettaglio, la conoscenza necessaria per risolverli è disponibile. In gran parte degli ambiti manca però un progetto: a livello politico, economico, nell’amministrazione e nell’istruzione.


Ci troviamo all’alba di una nuova modernità, in cui molte certezze del passato saranno rapidamente superate: le professioni, le classi sociali, le razze, i generi, la vita come percorso predefinito. Le società che saranno in grado di offrire una migliore qualità di vita saranno quelle capaci di mediare, di includere, di capire, di pensare “out of the box”, senza nostalgia di un passato mitizzato e senza l’arroganza di certezze di solito in gran parte sbagliate; saranno quelle in grado di mediare l’incompatibile, di conciliare l’automazione con la piena occupazione, di considerare il lavoro come componente della dignità umana e non solo come strumento economico, di trovare una mediazione tra tecnologia e natura, diseguaglianza intrinseca a culture differenti (cinesi e bahiani) e giustizia sociale, libertà individuale e solidarietà non obbligatoria.

I dati ci sono, mancano le connessioni. Dall’hardware siamo passati al software e infine all’interaction, in un viaggio dalla tecnologia verso l’antropologia. Si parlava, pochi anni fa, di big data, che oggi sono già diventati thick data, si parlava di design thinking, oggi si parla di system thinking. Vi sono ancora molte persone che non conoscono nemmeno il significato di questi termini, ma altri sono specialisti e altri ancora già sono passati oltre, stanno investigando nuovi territori: il problema è l’enorme distanza, in continuo aumento, tra chi sa molto e chi sa poco, tra chi va avanti e chi rimane indietro, ma non riesce a vivere in pace, facendo ciò che desidera nel modo che ha scelto.

I grandi palazzi affollati di impiegati che compiono operazioni ripetitive saranno sostituiti da algoritmi che ottimizzeranno le intermediazioni, scevri da simpatie e malumori; le grandi fabbriche saranno sostituite da stampanti tridimensionali e il trattore che distribuiva diserbanti a tappeto su aree immense che di diserbanti non avevano bisogno sarà sostituito da un drone che lascerà cadere solo la quantità necessaria nel posto giusto al momento opportuno.

Il vero problema non sarà produrre né distribuire, ma tenere assieme una società sottoposta a tensioni a cui non era abituata: già oggi il futuro non è più qualcosa che riguarda il domani, ma ieri, e non ce ne siamo accorti.

C’è molto bisogno di progetto e quindi di design.


Il Brasile, paese del futuro che esporta felicità, continua a essere il paese ricco e benedetto dalla sorte che è sempre stato, ma ora che il mondo è globalizzato e tutti sanno tutto, la cosa è ancora più evidente di quanto lo fosse nel passato.

Poco antropizzato (ha 24 abitanti per chilometro quadrato, quando il Bangladesh ne conta 1319 e l’Olanda 388), è verde, dispone di molta acqua e terra buona, sole, risorse naturali, una grande biodiversità, 10.000 chilometri di costa e spiagge per sedersi all’ombra di una palma a guardare il mare, lontano dai conflitti che dilaniano regioni intere e contagiano gran parte dell’emisfero Nord.

Qui la ricchezza c’è, ma manca il progetto: c’è bisogno di design.

C’è molto lavoro da fare e il Design non è più solo estetica e funzionalità di oggetti prodotti industrialmente, ormai in gran parte in Cina.

Design sarà nel Brasile del terzo millennio e nell’agricoltura moderna che vive di data management, information technology, ingegneria genetica e intelligenza artificiale, design sarà nei servizi volti a offrire una qualità della vita più sostenibile, design significherà rappresentare una società che sta emergendo, anche se spesso senza forma né identità.

Il design è oggi un’opportunità di lavoro qualificato e di qualità in una società stratificata, dove la manodopera è sempre più spesso una commodity pagata il meno possibile; il design è una professione con una forte componente di realizzazione esistenziale personale, un possibile cammino per diventare imprenditori e quindi signori del proprio destino.

Autore: Marco Zanini