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Il viaggio del presepe della chiesa della Beata Vergine del Rosario a Villadossola

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  • "Nomadismi"
  • Numero 11 - 1 Luglio 2019
Michele Mandaglio
  • Michele Mandaglio

Cosa hanno commentato di più i media? Un fatto che segna una netta differenza con gli anni precedenti e che dimostra non poco coraggio: l'impegno per una biennale in cui non ha ceduto alle archistar - lo aveva proposto anche Chipperfield, ma è ricaduto in questa abitudine -, trasformando Koolhaas in un'antistar che, vedendo reazioni come quella di Eisenman, sembra aver innervosito molti dei protagonisti degli anni precedenti, come se stesse dichiarando la fine di un periodo. In realtà, questa posizione chiara e rischiosa è coerente con la sua traiettoria, da quando ha accusato gli architetti di soffrire di deliri di onnipotenza o di acida frustrazione. Tuttavia, tutte queste figure degli ultimi decenni non sono morte, anche se l'architettura dello spettacolo sembra ritirarsi dall'Europa; continuano a costruire da Dubai alla Cina, tra molti altri luoghi; inoltre, non è vero che la Biennale è priva di star, Koolhaas è una di queste.

Potremmo cercare di indovinare le sue reali motivazioni, ma sia che si tratti di bandire i grandi nomi per parlare di architettura, sia che si tratti di evitare problemi con altri colleghi e il loro ego, questa Biennale bandisce finalmente la maggior parte delle vacche sacre, anche se ha approfittato dell'occasione per alcuni omaggi, contando sull'archivio di Friedrich Mielke (93 anni), autore di 28 libri dedicati ai gradini; o di Tim Nugent e Claude Parent, che a 91 anni sanno tutto sulle rampe. Questi sono gli unici nomi propri di Elements, anche se il Padiglione Centrale è preceduto da un'opera che ha fatto da anello di congiunzione tra il padiglione e la proposta avanzata ai padiglioni nazionali: la Maison Dom-ino di Le Corbusier (quella struttura in cemento armato che nel 1914 ha dettato le regole della costruzione moderna), anche se ora ricostruita in legno, rimasta con un grande nastro rosso intorno per diversi giorni del vernissage, in attesa che Koolhaas la inaugurasse.

In Delirious New York criticava la città di Le Corbusier per tre milioni di abitanti come un progetto che disaccoppiava il contenuto architettonico dalla realtà sociale, destinando la città a essere un mostro finanziario. Chissà se un contesto simile finirà per condannare molti degli architetti che pensavano di essere al di fuori di questa dinamica. Forse per questo timore, Koolhaas circonda i suoi elementi di storie socio-politiche, alcune profonde, come quella del corridoio, e altre più ironiche, come quella della toilette; infatti, quei momenti ironici così presenti nella critica attivata in precedenti occasioni da Koolhaas e, soprattutto, nelle sue pubblicazioni, compaiono qui, ma come piccoli gesti, in nessun caso come spirito centrale, passando in molti casi davvero inosservati allo sguardo veloce del tipico spettatore della Biennale.

Vale quindi la pena di chiedersi: c'è una rifondazione teorica in questa proposta, che è la più chiusa e coerente dal punto di vista narrativo? Il discorso c'è, e non è cosa da poco se si guarda ad altre biennali, ma questi Elementi si rivelano soprattutto un formalismo che soffre di quell'accademismo che pretende di sospendere il tempo, finendo per essere un lussuoso catalogo di forme e materiali, che ha incantato gli architetti, ma da cui è difficile estrarre una grande forza teorica o propositiva, che sarebbe quella di cui avrebbe bisogno una fase di rifondazione. Rimane quindi un campionario di forme di base per il grande mercato dell'architettura, di cui si è occupato con sarcasmo il pluripremiato padiglione russo Fair Enough, una folle fiera dell'edilizia con avanguardisti russi trasformati in brand.

E che dire della proposta dell'Arsenale? La prima cosa che colpisce è l'onnipresenza del cinema, elemento cardine anche per la visione dell'architettura nella sala principale del Padiglione Centrale. Nell'Arsenale, 82 film italiani sono proiettati lungo le antiche fasce marcapiano come spazio parallelo, più che come vera e propria installazione dialogante, dietro la grande tela traslucida con stampata la Tabula Peutingriana dell'Italia imperiale del V secolo. Questa più che notevole presenza del cinema serve a creare l'esperienza di un'eredità italiana attraverso la grande arte di massa del XX secolo, che si unisce alle altre arti performative trattate dall'istituzione della Biennale di Venezia, rendendo questa mostra una sorta di meta-biennale, ovvero una vetrina per l'istituzione per rivendicare un'identità italiana.

Ciò risulta strano per molti visitatori, in quanto si tratta di due proposte totalmente diverse, che non vedono alcuna continuità se non l'idea di essere una "fondazione", una di architettura e l'altra di "italianità"; anche se in questa seconda si potevano trovare diversi momenti emozionanti, come i pezzi di coreografi come Virgilio Sieni e altre figure che lasciavano un buon sapore in bocca, pur non eliminando una certa stranezza nel contesto di una biennale di architettura.

Nonostante l'eterogeneità delle proposte e la perdita di protagonismo dell'architettura, è qui che si intravedono i momenti più importanti della biennale. Tradotto con www.DeepL.com/translator (versione gratuita)

Da marzo il dipartimento di Restauro del profilo 2 (Manufatti dipinti su supporto ligneo e tessile) si sta occupando del restauro del presepe in legno policromo della chiesa della Beata Vergine del Rosario di Villadossola. Stanno curando il progetto la restauratrice e docente Milena Monti, coadiuvata dalla studentessa laureanda Beatrice Beretta.

Poiché non si hanno molte informazioni storiche su questo presepe, l’associazione culturale ossolana Villarte ha fatto condurre una serie di ricerche approfondite. Ne è stata così appurata la provenienza dal centro mercantile di Norimberga: il luogo di produzione sarebbe la località manifatturiera di Berchtesgaden, nella Baviera meridionale, una zona cattolica dove la tradizione del presepio è fortemente radicata.

La data di fabbricazione del presepe resta tuttavia controversa. La chiesa però dispone di due statuine di fattura rustica, di produzione strettamente locale, risalenti al XVII secolo, o al più tardi agli inizi del XVIII, che attestano la presenza di un complesso presepiale più antico di quello attuale. È quindi plausibile pensare che un presepe di nobile fattura nei lineamenti, nello stile e nella policromia abbia sostituito quello precedente, di più piccole dimensioni e logorato da più di cent’anni d’uso. Il presepe più antico, poi, esibiva soggetti strettamente legati al mondo villese e associabili perciò a una cultura piccola e chiusa, in cui personaggi colpiti da gotta e corpi deformi e abbigliati con logori vestiti popolari erano scolpiti in modo grossolano e approssimativo. Il presepe successivo, invece, risultava più confacente al decoro della chiesa, allora sede parrocchiale di tutta la circoscrizione ecclesiastica di Villadossola. Quanto detto finora permette di datare il presepe odierno ai primi anni dell’Ottocento.

Il presepe della Noga è una vera e propria rappresentazione teatrale che prende vita all’interno della cappella della chiesa. L’originalità dell’opera, composta da 72 statue lignee intagliate e dipinte, risiede nella natura delle statue stesse, pensate e realizzate come marionette snodabili. Grazie alle giunture mobili, infatti, le statue possono assumere le posizioni più diverse, interpretando come veri attori il ruolo loro assegnato. Il meccanismo che consente alle statue di muovere gli arti è un giunto flessibile o, in alcuni casi, un giunto a sfera, posizionato all’altezza delle articolazioni corporee. Le parti che lo compongono sono congiunte da un perno in legno che ne permette il movimento in più direzioni.

I volti dei personaggi ripropongono i tratti somatici delle popolazioni nordeuropee e fisionomie di intensa espressività, al confine del grottesco; le severe fattezze maschili contrastano con le graziose linee dei profili femminili, più morbide e armoniose. Un’attenta osservazione del presepe evidenzia come i soggetti legati alla Natività siano vestiti con abiti nello stile della prima epoca cristiana, mentre le figure “profane” di contorno, come i pastori, i popolani e gli inservienti che compongono il corteggio dei Magi, sono vestite secondo i costumi dell’epoca dell’esecuzione del manufatto. Si evidenzia inoltre come i tessuti che rivestono i personaggi legati alla storia di Gesù siano di fattura più pregiata rispetto a quelli dei popolani. Alcuni degli abiti dei personaggi più umili sono stati sostituiti in tempi recenti, in quanto notevolmente degradati. Gli abiti sono stati cuciti direttamente sul corpo delle marionette, così da non poter essere rimossi con facilità. Soltanto un’accurata rimozione della cucitura, posta sul retro delle statue, consentirebbe di spogliare agevolmente i personaggi.

Svestendo in parte le figure ed esaminandone la struttura, si nota che non tutto il legno che la costituisce è dipinto, ma solo quello delle porzioni non coperte dagli abiti, come il volto e le estremità superiori e inferiori. Queste sono quindi le sole ad avere uno strato di preparazione in gesso e colla che accoglie la pellicola pittorica a sua volta verniciata. Quanto detto non vale per i cavalli e il cammello che, nonostante la copertura in stoffa che ne riveste il dorso, presentano uno strato di preparazione sull’intera superficie.

Le figure possono reggersi in posizione verticale grazie a un basamento ligneo dipinto a cui vengono ancorati i piedi per mezzo di viti metalliche. Anche gli animali presentano un basamento, in particolare il cavallo bianco in posa rampante del Re Mago Gaspare si sorregge sulle zampe posteriori grazie a un perno metallico poggiante sul ventre. È evidente come la realizzazione dei basamenti risulti meno accurata rispetto a quella delle statue, e la causa è un’inadeguata modalità espositiva. La rappresentazione originale, infatti, prevedeva di posizionare del muschio su ciascun basamento. In questo modo la base d’appoggio veniva nascosta agli occhi dell’osservatore ma al contempo inumidita dall’acqua contenuta nella pianta: l’elevato apporto di umidità ha così danneggiato irreversibilmente il legno, al punto  da comprometterne la funzionalità.

Da questa descrizione si può dedurre quanto sia complesso il restauro ancora in corso. Il legno, i tessuti e le piccole giunture metalliche che costituiscono le statue non presentano uno stato di conservazione ottimale. Evidenti sono i danni a livello strutturale che interessano la quasi totalità delle statue. Per riportare i manufatti a un buon stato di conservazione le restauratrici sono partite da alcuni interventi conservativi.

Il restauro è stato diviso in due fasi: i primi personaggi, i Re Magi e i cavalli verranno consegnati entro il 1° dicembre 2019, mentre i restanti pezzi verranno restaurati successivamente.

Autore: Michele Mandaglio